la regola del falso

la logica classica rapporta il concetto di falso e quello di vero sulla base di un pregiudizio o forse di una pretesa… parti da una verità, negala, giocaci un po’ fino ad arrivare a qualcosa che è per te (o peggio per il tuo interlocutore) è più familiarmente falsa. Ci si immerge nel falso come a rifuggirne… a volerlo sistemare, dimenticare, ridurlo a qualcosa di invisibile. ebbene, di fronte a ciò che è palesemente falso per il nostro orizzonte sensibile, psichico, somatico, noi cancelliamo tutto il ragionamento fin qui fatto. riconoscendo il nostro errore di aver negato quella verità. come bambini che crescono impariamo e riproduciamo questo atteggiamento. non giochiamo più ad esercitare il pensiero, nemmeno per arrivare a regalare ragion di verità. sottomessi, siamo convinti o ci autoconvinciamo lasciando entrare sempre più dentro l’agente normalizzante…
costruiamo pertanto saperi che da millenni sono filtrati dal concetto di assurdità… concetto che continua a vivere ai margini delle nostre menti ma a costruire il senso di tutto. compreso il nostro obbedire o non provare a rispondere. un sistema assoluto si sostituisce ai mile sistemi reletivi e nulla è più vero per o falso per… solo vero o falso… plausibile o assurdo, normale o deviato, in o out. La centralità dell’assurdo è quella dell’individuo nei confronti della storia. è la contrapposizione, lo scontro, la coscienza, il giudizio, la scelta. La consapevolezza che falso e vero non esistono e che esiste solo potere. il solo scopo dell’introduzione delle due categorie è la normalizzazione.
Si perchè il vero è sempre e comunque vero per.
e il falso… il falso esige ogni cosa. crea il mondo. implica tutto… e non ha dimostrazioni. se le avesse potremmo dimostrare qualsiasi verità o bugia. senza differenza alcuna. un po’ come a porta a porta… ex falso quodlibet.

i : …

immagina una rete
essere insetti / essere ragni
mosche che comunicano sui cavi del suicidio/
esserefuori muovendosi sulla tela
intercettando i disegni futuri
agendo
creando coincidenze
vivendo di quanto perdono i partecipanti al gioco della vita
io stesso sono
insetto/ragno
che cade nella sua stessa trappola
e qui
regala spessore alla sua anima
scrivendo come sul vento
la sensazione di mancata
sintonizzazione

oggi non rispondo
non c’è + ritorno

#2 - Logica, La società del controllo, G. Deleuze

      I differenti “internati” o ambienti di reclusione attraverso i quali l’individuo passa sono delle variabili indipendenti: ogni volta si presume di ricominciare da zero, ed un linguaggio comune a tutti questi ambienti esiste, ma è analogico. Tanto che i differenti “controllati” sono delle variazioni inseparabili, che formano un sistema a geometria variabile il cui linguaggio è digitale (il che non vuol dire necessariamente binario). Le reclusioni sono modelli-stampi, delle distinte modellature, mentre i controlli sono una modulazione, come una modellatura auto-deformante, che si modifica continuamente, da un istante all’altro, o come un setaccio le cui maglie cambiano da un punto all’altro. Lo si vede bene sulla questione dei salari: la fabbrica era un corpo che portava le sue forze interne ad un punto di equilibrio, il più alto possibile per la produzione, il più basso possibile per i salari; ma nella società del controllo l’impresa ha sostituito la fabbrica, e l’impresa è un’anima, un gas. Senza dubbio già la fabbrica conosceva il sistema dei premi, ma l’impresa si sforza più profondamente d’imporre una modulazione di ogni salario, in stati di perpetua metastabilità che passano attraverso sfide, concorsi e colloqui estremamente comici. Se i giochi televisivi hanno tanto successo è perché esprimono adeguatamente la situazione dell’impresa. La fabbrica costituiva gli individui in corpo, per il doppio vantaggio e del padronato che sorvegliava ogni elemento nella massa, e dei sindacati che mobilitavano una massa di resistenza; ma l’impresa non cessa di introdurre una rivalità inespiabile come sana emulazione, motivazione eccellente che oppone gli individui tra di loro ed attraversa ognuno, dividendolo in se stesso. Il principio modulatore del “salario al merito” non manca di tentare anche la stessa Educazione nazionale: in effetti come l’impresa rimpiazza la fabbrica, la formazione permanente tende a rimpiazzare la scuola ed il controllo continuo a prendere il posto dell’esame. Questo è il sistema più sicuro per legare la scuola all’impresa.
      Nelle società disciplinari non si finiva mai di ricominciare (dalla scuola alla caserma, dalla caserma alla fabbrica), mentre nelle società del controllo non si è mai finito con nulla, in quanto l’impresa, la formazione, il servizio sono gli stati metastabili e coesistenti di una stessa modulazione, come di un deformatore universale. Kafka che si trovava già a cavallo dei due tipi di società, ha descritto ne Il processo le forme giuridiche più temibili: l’assoluzione apparente delle società disciplinari (tra due reclusioni), il differimento illimitato delle società del controllo (in variazione continua) sono due modi di vita giuridici molto differenti e se il nostro diritto è esitante, esso stesso in crisi, è perché stiamo abbandonando una modalità per entrare nell’altra. Le società disciplinari hanno due poli: la firma che indica l’individuo, e il numero di matricola che indica la sua posizione in una massa. Le società disciplinari non hanno mai riscontrato incompatibilità tra i due, il potere è al tempo stesso massificante ed individualizzante, cioè costituisce come corpo quelli sui quali si esercita e modella l’individualità di ciascun membro del corpo (Foucault vedeva l’origine di questa doppia cura nel potere pastorale del prete - il gregge e ciascuna delle bestie - ma il potere civile ha cercato di farsi a sua volta “pastore” laico con altri mezzi). Nelle società del controllo, al contrario, l’essenziale non è più né una firma né un numero, ma una cifra: la cifra è una mot de passe [parola d’ordine nel senso di pass-word, codice d’accesso] mentre le società disciplinari sono regolate da mot d’ordre [parola d’ordine nel senso di slogan, N.d.t.] sia dal punto di vista dell’integrazione che della resistenza. Il linguaggio digitale del controllo è fatto di cifre che segnano l’accesso all’informazione, o il rifiuto. Non ci si trova più di fronte alla coppia massa/individuo. Gli individui sono diventati dei “dividuali”, e le masse dei campioni statistici, dei dati, dei mercati o delle “banche“. È forse il denaro che meglio esprime la distinzione tra le due società, poiché la disciplina si è sempre relazionata a delle monete stampate che riaffermavano l’oro come valore di riferimento, mentre il controllo rinvia a degli scambi fluttuanti, modulazioni che fanno intervenire come cifra una percentuale di differenti monete. La vecchia talpa monetaria è l’animale degli ambienti di reclusione, mentre il serpente è quello delle società del controllo. Siamo passati da un animale all’altro, dalla talpa al serpente, nel regime in cui viviamo, ma anche nel nostro modo di vivere e nei nostri rapporti con l’altro. l’uomo delle discipline era un produttore discontinuo di energia, mentre l’uomo del controllo è piuttosto ondulatorio, messo in orbita su un fascio continuo. Perciò il surf ha già rimpiazzato i vecchi sport.
      È facile far corrispondere a ciascuna società dei tipi di macchine, non perché le macchine siano determinanti, ma perché esprimono le forme sociali in grado di dar loro vita e di servirsene. Le vecchie società di sovranità maneggiavano delle macchine semplici, leve, pulegge, orologi; mentre le più recenti società disciplinari avevano per equipaggiamento delle macchine energetiche, con il rischio passivo dell’entropia e il pericolo attivo del sabotaggio; le società del controllo operano per macchine di terzo tipo, macchine informatiche e computer, il cui pericolo passivo è l’annebbiamento e quello attivo il pirataggio e l’introduzione di virus. Non si tratta di una evoluzione tecnologica senza che sia più profondamente una mutazione del capitalismo. È una trasformazione già ben conosciuta che si può così riassumere: il capitalismo del XIX secolo è a concetrazione, per la produzione e di proprietà. Ha dunque eretto la fabbrica come luogo di reclusione, essendo il capitalista proprietario dei mezzi di produzione, ma anche, eventualmente, di altri ambienti concepiti per analogia (la casa familiare dell’operaio, la scuola). Quanto al mercato, esso veniva conquistato tanto per specializzazione quanto per colonizzazione, quanto per abbassamento dei costi di produzione. Ma, nella situazione attuale, il capitalismo non è più per la produzione, che viene spesso relegata alle periferie del terzo mondo, anche sotto le forme complesse del settore tessile, metallurgico e petrolchimico. È un capitalismo di superproduzione. Non acquista più materie prime rivendendo prodotti finiti: acquista invece prodotti finiti o assembla pezzi staccati. Ciò che vuol vendere sono dei servizi, ciò che vuole acquistare sono azioni. Non è più un capitalismo per la produzione, ma per il prodotto, cioè per la vendita e per il mercato. Esso è anche essenzialmente diffuso e la fabbrica ha ceduto il posto all’impresa. La famiglia, la scuola, l’esercito, la fabbrica non sono più ambienti analogici distinti che convergono verso un proprietario, Stato o potere privato, ma le figure cifrate, deformabili e trasformabili, di una stessa impresa che non ha nient’altro che gestori. Anche l’arte ha lasciato gli ambienti chiusi per entrare nei circuiti aperti delle banche. Le conquiste di mercato si fanno per presa di controllo e non più per formazione di disciplina, per fissazione dei corsi piuttosto che per abbassamento dei costi, per trasformazione del prodotto più che per specializzazione della produzione. La corruzione guadagna qui una nuova potenza. Il servizio vendite è diventato il centro e l’”anima” dell’impresa. Apprendiamo che le imprese hanno un’anima ed è la più terrificante notizia del mondo. Il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri maestri. Il controllo è a breve termine e a rotazione rapida, ma anche continuo ed illimitato, come la disciplina era di lunga durata, infinita e discontinua. l’uomo non è più l’uomo recluso, ma l’uomo indebitato. È vero che il capitalismo ha mantenuto come sua costante l’estrema miseria di tre quarti dell’umanità, troppo povera per il debito, troppo numerosa per la reclusione: il controllo ora non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti.

link

allacciare relazioni per gravità. modificare lo spazio intorno a noi essendo semplicemente
noi stessi. amplificandoci. facendo collassare il tutto che ci circonda alla nostra volontà
alla nostra essenza, ai nostri codici.

nodi e poli di attrazione configurano reti complesse.. è in orizzontale ma è ancora a chi
deforma di più. forbici per tagliare il tessuto che vogliamo lanciare.. come un’isola
che andrà a riagganciarsi se lo vorrà… sciolti. per quel significato di identità che
è naturale occupare spazio. e basta.

il movimento avviene per macchie. pezzi di un puzzle che si ricompongono. si spostano.
riempiendo i posti vuoti o ricolorando ciò che di vuoto è sinonimo.
ma non sono definibili dimensioni… non è uno spostamento su di un tavolo o su una
superficie.. è un movimento frattale (qualcuno dice carsico). caselle vuote…
veri o propri buchi. warp di tempo luogo spazio significato che la “forza del tutto”
va a riempire…
perdite e rigenerazioni. nulla si crea e nulla si distrugge.

repetita

[repeat]
      comunicare a/traverso tutto. attraversando tutto. intrecciarsi con le cose fino a
non potersi più slegare. vivere in simbiosi col presente… con quanto vediamo coi sensi
e può essere raggiunto. ma per arrivare altrove. ovunque. assaltando l’infinito della
terza dimensione… il cielo. ma chiedendo e cercando di rubare il tutto. l’iperrealtà.
tutte le dimensioni. la percezione globale di un “nostro” che  che arriviamo soltanto
a sfiorare con l’astrazione.
      portare tutto a casa. tornare all’intimità del nostro io. scoprirsi cambiati.
capaci di affrontare il nostro corpo, con armi nuove. il prossimo. le cose che tocchiamo,
che sfioriamo, che sentiamo. a volte questo punto a già più grande. tale da non farci
parlare in prima persona. include per istinto. ingloba per vicinanza. inizialmente per
brevi distanze secondo metriche definite dall’incomprensibile. da quel qualcosaltro che
ci fa come nani sulle spalle dei giganti. che non fa esistere la proprietà. che promuove
la condivisione spontanea. quell’istinto che ci rende razza umana e ci procura la voglia
di uscire dal villaggio e non tornare a mani vuote.
[until keypressed = oFF]

infinito + infinito …
è il passo più importante. come accendere la luce per vedere.
è il sasso nello stagno del sè stessi che provoca le onde…
fa alzare gli uccelli in volo…
mostra come la terra possa baciare il cielo.
come passare dall’1 al 2,
scoprendo la virtu di poter continuare per sempre in questo gioco
e, cerchi intorno a cerchi, essere già dove si voleva.

#1

sei la prima persona. giuro. la prima persona alla quale io comunico tanto. per me è difficile, sai?
anche raccogliere i pensieri.. mi occorre tempo.
ti reputo grande in questo… mai nessuno mi abituava e mi ha mai insegnato il dialogo e la condivisione
come te. sei la risposta a ciò che si teorizza ma non si mette in pratica. una risposta che mette in
luce la mia di personalità. fragile. insicura. incapace di dialogare.. già che io mi prenda tempo è un
buon segno.. imparo ad aspettare.
un aiuto materiale anche.. non mi ero mai ridotto a chiederlo. mi sono sempre considerato forte al
punto di incassare o risolvere da solo i miei problemi. le mie ansie. le mie angoscie.
scopro con te il senso più profondo di chi sono. con calma. voglio dirti tutto.. ma non sono abituato.
devo organizzare le miei idee.. a volte volo. volo via e devo stare solo perkè una frase una parola
mi fa più male di un’altra. o mi fa semplicemene male.
io devo dirti grazie comunque. ti sarai scocciata di sentirtelo dire.. ma spero ti faccia sentire bene.
e forte.
forte.. cosa che io non mi reputo più assolutamente. si disgrega grazie a te quella corazza che mi
vedeva solo nel mio non condividere. per ogni cosa.

non so continuare ma spero di averti fatto capire quanto il tuo essere così come sei abbia cambiato
in meglio una persona.. e se pensi che questa stessa persona possa darti ancora qualcosa (e ti
assicuro che per te diverrei l’impiegato di deandrè) allora pensaci/mi.. e sii felice perchè sei
speciale. dolce e giusta allo stesso tempo. equilibrata. sincera. limpida. meravigliosamente irascibile..
\\e tutti i colori che dipingono la tua stupenda\\

personalità..?
scusami se non ne ho tanta come te e le sue linee non sono marcate quanto le tue..
mi prendo tutte le colpe e tu porgo tutte le scuse
capisco…
e vorrei non sbagliare più
chiedi..
insegnamelo..
e starò al tuo ritmo.
anche per sempre

ancora silenzio

ma si è sempre diversi. perchè da questo processo di reality-shake ciò che vien fuori è
appunto un mix di vecchio e nuovo, soggettivo e soggetto al momento. il tutto avviene
mille volte al secondo, concatenandosi e complicandosi. la forza ricombiante, al di là
della dialettica (dell’assurdo), sta nello spostamento complessivo di posizioni che avviene.
nel rapporto reticolare che c’è tra le parti del nostro sistema. siano esse persone, cose,
pietre o vegetali.

uomo-telefono-uomo è qualcosa da prendere in considerazione. anzi si dovrebbe cominciare a
ragionare per catene come queste, piuttosto che per punti. percepire ciò che per ora ci sta
intorno come un qualcosa di vivo e pulsante. un magma che può trasformarsi in qualsiasi
cosa, diventare, equilibrarsi rispetto alle volontà delle sue parti.
è la struttura mondo, dunque, la struttura universo, la struttura sistema che non ha più
centro ne periferia… e di conseguenza tutto ciò che viaggia su di esso in maniera
parassitaria o no.

fare società. venir fuori. essere visibili. mostrasi per ciò che si è davvero… pazzi,
non normali, diversi… essere da essere, individuo da individuo. è nella diversità la
chiave di volta. il fulcro caratterizzante la nostra apertura a dispetto del perimetro
che qualcuno traccia intorno col tentativo di accerchiarci. abbiamo bisogno di un nuovo
gesù, per elevarci a paradigma di novità? ognuno può esserlo, fingendo mai. essendo uomo,
tutto qui. il segreto per la gioia è non pensare, vivere, essere il e nel momento. nessuna
categoria potrà mai definirci, nessuno studio. eccola la nostra forza. esplodere in mille
colori. troppi per chi divide. troppi per chi racchiude in categorie e specializza. troppi
per chi fa della fantasia un programma. un algoritmo. un teorema.

siamo figli dei nostri stessi desideri. non bruciamoli nella rassegnazione. esigiamo il
tutto e costringeremo l’altro da noi ad una rivoluzione. eccolo… il nostro scopo. una
triste scuola ci ha abituati al fallimento. noi vinciamo ogni giorno. vinciamo cose che
non vedremo mai con gli occhi… come le ombre. figlie illeggittime di madre luce…
destinate a non essere mai viste da chi le ha partorite. noi lavoriamo per tutti.
per la razza umana. per il prossimo in cui vediamo, definiamo, per contrasto e negazione,
noi stessi. se perdiamo… è per noi stessi. per la voglia di fuggire via da ogni posto.
da ogni schema. superato nel momento in cui è stato necessario porlo per comprendere.
il paradosso è lo stare stretti nelle definizioni che un altro per noi ha posto.
il progresso è tutto qui. essere per tutti.

“con il Pianeta che mi esplode sotto gli occhi
non avrò giorni migliori se non li immagino nemmeno
in corsa verso nuove lune porto io il mio treno”

per niente perdi il tutto. ogni cosa ne significa infinite. ogni parola. in viaggio tra
le moltitudini ad esse si modella. con la naturalezza che caratterizza l’evolversi. l’
andare avanti. su tutti fronti. l’equivoco… il gap di significazione tra chi parla e
chi ascolta. la comunicazione si basa su continue incomprensioni. discontinuità elimina
bili col mettersi d’accordo. salti di ampiezza finita. il conflitto è laddove questi
salti si fanno infiniti. dove l’azione serve più del dialogo e per il polialogo. la parola
a tutti. per tutti. la partecipazione. l’aggirare quell’ostacolo mostrando intuizioni
per l’oltre. oltre l’inifinito. per un equilibrio che si ottiene spostando un confine.
una linea sottile tra l’assurdo e il normale che viene messa in moto. ying e yang naturale
dialettico oggettivo tra le cose di questo sistema che solo la forza spontanea creatrice
e folle di tutti insieme può modificare. cambiare il mondo è poco. anche combattere alla
pari. anche sfruttare da secondi parassiti. usando ciò che a noi è stato sottratto…
servono capacità visionarie. arte nuova. senza schemi. immaginare cosa c’è dietro quella
porta che cerchi di aprire da tempo. e cominciare a vivere gli spazi prima di
esserci. il mondo tutto è il nostro spazio. cominciare a costruire la propria misura di
“stare bene”. in pace. in armonia. proporla e cercare di raggiungerla nel rispetto
reciproco è già una chiave. una traiettoria migliore… per respirare.

solo la rassegnazione oggi vogliono che ci resti ci resti. nemmeno. ci costruiscono il
niente da questo lato ma fuori tutto da riconquistare nel senso opposo… esiste cio che
ci cambia. solo questo. o forse esistiamo noi solo. io soltanto.
perchè do senso a ciò che muove i sensi. ma vi è un senso che sfugge… che ci nascondono.
è l’essere per l’essere. ci sconfiggono per emulazione. per riproduzione. mangiano la
nostra fantasia… sporcandola del marciume dei loro affari.

essi. noi. una convergenza spettrale. qualcosa che a volte che fa paura soltanto sfiorare
con la mente. noi di noi. noi costruiti. noi con due logiche. mille logiche.
imaparare a vivere essendo tutti gli altri è una chiave di semplice sopravvivenza…
o forse è ciò a cui si tende. Ma qual’è la base di rovesciamento…?
la matrice di cambiamento. la chiave per la gioia… non pensare?
non porsi il problema del margine da superare?
essere se stessi senza alcun complementare alla propria persona e personalità? stare
dove si vuole? quando si vuole, perchè si vuole, se si vuole? si. probabilmente si.
la chiave per la gioia è amore anarchico, come insegna cristo, guardando il dentro da
dentro… poi è il caos. socialismo o barbarie è comunque il caos… (:
è un punto interrogativo… una domanda… se a guardare è chi è fuori.
è rubare un pò per volta guardando dall’altro dall’alto
e gli infiniti diversi piani per le infinite diverse specificità per gli infiniti fuori
da quella corte marziale che è ogni singola coscienza. ricondurre i problemi al Problema.
e prima di far ciò esser cambiati. prima e dopo.

ciò si supera, imitazione per imitazione, limitandosi (concentrandosi) all’immediato…
saltando… con intelligenza e creatività. superando confini invisisbili
la direzione la intuiamo e si forma coi sogni senza più motivo di essere strabici…
il quadro si riempie… la gioia si raggiunge
essendo mai al proprio posto… per microinsubordinazioni… come una pioggia di atomi
nella zona rossa dell’impero… mangiarsi le frontiere. lanciando aereoplanini di carta
come sei possedessimo davvero un arsenale… o rotoli di carta come a poter davvero
arrivare in cielo… disobbedire è il passaggio dal discreto al continuo. punti di
azioni che si addensano creando nuovamente la realtà: cio che vedi.
furto su furto, saremo ancora solo se chi programma sarà quanto di più alto si potrà
concepire: chi concepisce stesso. noi, la nostra mente.
come ora. ci definisce ciò che non riusciamo ad essere, il cielo che stiamo assaltando.
la sete di poter essere senza comprimersi. possiamo programmare… decidere per noi.
rubando o spingendo verso di là… facendo piovere come atomi i nostri sorrisi…
perchè le macchine si innamorino di noi. come noi di noi. fluttuando leggeri tra le
cose. perchè si tratta di cose. merce. troppo grigia e troppo poca cosa per poter
sbiadire i nostri colori.

silenzio

che immagini stupende puo’ dare il mettersi d’accordo…
senza scadere in contratto…
qualcosa lega tutti gli esseri…
è il mettersi in gioco… dare senza pretendere…
perdere davvero se stessi ritrovandosi nel prossimo…

auguro che i sogni tuoi più belli una mattina
potrò leggerli dalla tua stessa vita. dal tuo sorriso, che inventa
i confini del tuo sguardo.

è per assurdo che capiamo. il positivo e il negativo. il mondo è la nostra pelle.
è per assurdi che impariamo il senso più profondo di chi siamo.
essere è l’infinito tentativo di decifrare, tradurre, svelare le luci che partono
da tutti i punti del nostro universo.
due punti. link. ne nasce un rapporto. un significato strettamente reciproco.
uomo albero acqua mare sole caldo freddo bestia cibo compagnia altro amico nemico
una tela di rapporti. più o meno è il caos… il frattale schizofrenico che
rappresenta il tutto. in mille dimensioni. disegnato su mille piani.
è il complesso teatro di cose nel quale siamo calati. che non è più studiabile,
neanche con una scenografia ridotta a tre cose.
(in)finiti punti per (in)finiti modi di essere in relazione. i sensi, le emozioni,
la necessità, l’amore nascosto dietro le cose sono la struttura che connette.

e ciò accade indipendentemente dal dono dell’intelligenza…
è istinto all’autorganizzazione in quello che si percepisce come spazio proprio

siamo globali per nostra stessa definizione. la storia è il continuo spostarsi di
un confine, dall’interno verso un fuori. uno spingere su tutti i fronti che si chiama
ricerca. viene da pensare al famoso teorema (di incompletezza) di Godel:
“Per ogni sistema formale di regole ed assiomi è possibile arrivare a proposizioni
indecidibili, usando gli assiomi dello stesso sistema formale”… in pratica, perimetrata
una “situazione”, è possibile ricombinare i termini della parte di realtà circostritta
in tal modo, fino a giungere ad un assurdo. tuttavia percepire un assurdo, significa aver
già messo per metà piede in un “nuovo mondo”… è tutto qui il movimento:

. eleggersi a sistema di punti (incontro)
. cominciare a costruire, per corrispondenze, i rapporti, le relazioni tra le parti.
(istinto all’autorganizzazione). un linguaggio ad esempio, ma anche quel tacito
compromesso di armonia che vi è tra terra, luna e sole potrebbe essere preso d’esempio.
. tentativo di elaborazione di una teoria del tutto (ricerca)… come a voler tracciare
tutte le diagonali di un poligono (progresso).
. approdo all’assurdo
. allargamento delle ipotesi, nuovi assiomi e nuovi modelli. in realtà è il momento in
cui si percepisce un “fuori” e se ne fanno i conti. nuovi link, nuovi punti da connettere
in pratica si ricomincia…

ma si è sempre diversi.