blog?

per capire scrivere. scrivere per capire. in che senso. con che mezzo.
creare il problema? io
far stridere le interpretazioni? io
trasformarle in dramma? io
proiettarle in inerzia? sempre io
c’era o non c’era un principio?
dolore se si
diverso dolore se no
abitudini
scritto in fretta subito? no
meditato. sbagliato.
visioni deviate
emergono come aghi da spugna
si addensano…
t/umori
la soluzione è immaginarsi altrove
fuori

aria e luce

un limite… facile esserlo se hai percezione d’equilibrio. ma le forze.. le forze, opposte in qualche modo, che lo creano, che vi si addensano intorno.. sono queste forze che modificano il limite stesso. ed ecco che quella percezione d’equilibrio si scopre falsa. inutile. morta. perchè trasformata man mano da chi agita sogni e bisogni del quotidiano camminare. scegliere. Ad
ogni incrocio orientare la mente. le gambe. macinare chilometri. amplificare il dolore per imparare a vincerlo quando è più forte. scoprire che non esiste una strada più breve. c’è solo un modello fatto di coraggio dove i limiti sono di pietra.. a volte d’erba, altre di carta. o d’aria o di luce. spingere.. spostare d’un passo.. rimodellare gli spazi. siamo vivi per questo e ci trasformiamo per trasformare.. te ne accorgi d’improvviso.. sei solo. e scorpi che ogni cosa ha un senso. un cartello rovesciato che non leggi.. chissà. qualcosa che non ti chini a raccogliere mentre avanzi con l’indifferenza di chi è privo di azioni da compiere e responsabilità. Ti chiedi perchè.. perchè muoversi con un fine più o meno recondito. in capsule che tolgono anche il contatto con l’aria.. pilotati da stupidi traguardi. ogni volta fine, mai mezzo per essere felici.

flex workers

cani schiavi
schiavi di cani
rubare uno di
millepiani
il primo. l’unico
che raggiungete
999 altri
vi seppelliranno

sogno

è bello che qualcuno sogni di te in una stanza tutto impegnato a far calcoli per eliminare la gravità in quel piccolo spazio. che qualcuno sogni il senso di tutta la tua vita in uno scatto… immagini? dominii in cui le cose non abbiano alcun peso, non creino differenze, odi, attriti. da dove non si fugga ma da cui ci si innalzi. Siamo sempre meno degni di ciò che ci circonda.. forse perchè tendiamo ad includerlo nel dostro misero cerchio.. piccoli buchi neri ognuno di noi. tracciamo confini. sempre sullo stesso piano a farci guerra. o sottoterra per nascondere. io non morirò qui. tu. tu se vuoi morire muori, niente di male…

 per quanto mi riguarda / sono accanito a vivere e a volare (aF)

lost

esiste o non esiste
una linea di confine tra le cose e ciò che le completa
l’attimo in cui si accede al mistero…
complesse sfere segrete parassite
e c’è sempre la parte più forte che assorbe se può
o
##LostintransLatioN##
disconnette
scleri di quartieri neri
stato
tra macchine che bruciano
fumi che affannano i sensi
tra le contraddizioni negli assiomi
distorto dalla nausa delle conseguenze
quando la salvezza è rompersi la testa
e la scelta intelligente
fasciarla il giorno prima

la regola del falso

la logica classica rapporta il concetto di falso e quello di vero sulla base di un pregiudizio o forse di una pretesa… parti da una verità, negala, giocaci un po’ fino ad arrivare a qualcosa che è per te (o peggio per il tuo interlocutore) è più familiarmente falsa. Ci si immerge nel falso come a rifuggirne… a volerlo sistemare, dimenticare, ridurlo a qualcosa di invisibile. ebbene, di fronte a ciò che è palesemente falso per il nostro orizzonte sensibile, psichico, somatico, noi cancelliamo tutto il ragionamento fin qui fatto. riconoscendo il nostro errore di aver negato quella verità. come bambini che crescono impariamo e riproduciamo questo atteggiamento. non giochiamo più ad esercitare il pensiero, nemmeno per arrivare a regalare ragion di verità. sottomessi, siamo convinti o ci autoconvinciamo lasciando entrare sempre più dentro l’agente normalizzante…
costruiamo pertanto saperi che da millenni sono filtrati dal concetto di assurdità… concetto che continua a vivere ai margini delle nostre menti ma a costruire il senso di tutto. compreso il nostro obbedire o non provare a rispondere. un sistema assoluto si sostituisce ai mile sistemi reletivi e nulla è più vero per o falso per… solo vero o falso… plausibile o assurdo, normale o deviato, in o out. La centralità dell’assurdo è quella dell’individuo nei confronti della storia. è la contrapposizione, lo scontro, la coscienza, il giudizio, la scelta. La consapevolezza che falso e vero non esistono e che esiste solo potere. il solo scopo dell’introduzione delle due categorie è la normalizzazione.
Si perchè il vero è sempre e comunque vero per.
e il falso… il falso esige ogni cosa. crea il mondo. implica tutto… e non ha dimostrazioni. se le avesse potremmo dimostrare qualsiasi verità o bugia. senza differenza alcuna. un po’ come a porta a porta… ex falso quodlibet.

i : …

immagina una rete
essere insetti / essere ragni
mosche che comunicano sui cavi del suicidio/
esserefuori muovendosi sulla tela
intercettando i disegni futuri
agendo
creando coincidenze
vivendo di quanto perdono i partecipanti al gioco della vita
io stesso sono
insetto/ragno
che cade nella sua stessa trappola
e qui
regala spessore alla sua anima
scrivendo come sul vento
la sensazione di mancata
sintonizzazione

oggi non rispondo
non c’è + ritorno

#2 - Logica, La società del controllo, G. Deleuze

      I differenti “internati” o ambienti di reclusione attraverso i quali l’individuo passa sono delle variabili indipendenti: ogni volta si presume di ricominciare da zero, ed un linguaggio comune a tutti questi ambienti esiste, ma è analogico. Tanto che i differenti “controllati” sono delle variazioni inseparabili, che formano un sistema a geometria variabile il cui linguaggio è digitale (il che non vuol dire necessariamente binario). Le reclusioni sono modelli-stampi, delle distinte modellature, mentre i controlli sono una modulazione, come una modellatura auto-deformante, che si modifica continuamente, da un istante all’altro, o come un setaccio le cui maglie cambiano da un punto all’altro. Lo si vede bene sulla questione dei salari: la fabbrica era un corpo che portava le sue forze interne ad un punto di equilibrio, il più alto possibile per la produzione, il più basso possibile per i salari; ma nella società del controllo l’impresa ha sostituito la fabbrica, e l’impresa è un’anima, un gas. Senza dubbio già la fabbrica conosceva il sistema dei premi, ma l’impresa si sforza più profondamente d’imporre una modulazione di ogni salario, in stati di perpetua metastabilità che passano attraverso sfide, concorsi e colloqui estremamente comici. Se i giochi televisivi hanno tanto successo è perché esprimono adeguatamente la situazione dell’impresa. La fabbrica costituiva gli individui in corpo, per il doppio vantaggio e del padronato che sorvegliava ogni elemento nella massa, e dei sindacati che mobilitavano una massa di resistenza; ma l’impresa non cessa di introdurre una rivalità inespiabile come sana emulazione, motivazione eccellente che oppone gli individui tra di loro ed attraversa ognuno, dividendolo in se stesso. Il principio modulatore del “salario al merito” non manca di tentare anche la stessa Educazione nazionale: in effetti come l’impresa rimpiazza la fabbrica, la formazione permanente tende a rimpiazzare la scuola ed il controllo continuo a prendere il posto dell’esame. Questo è il sistema più sicuro per legare la scuola all’impresa.
      Nelle società disciplinari non si finiva mai di ricominciare (dalla scuola alla caserma, dalla caserma alla fabbrica), mentre nelle società del controllo non si è mai finito con nulla, in quanto l’impresa, la formazione, il servizio sono gli stati metastabili e coesistenti di una stessa modulazione, come di un deformatore universale. Kafka che si trovava già a cavallo dei due tipi di società, ha descritto ne Il processo le forme giuridiche più temibili: l’assoluzione apparente delle società disciplinari (tra due reclusioni), il differimento illimitato delle società del controllo (in variazione continua) sono due modi di vita giuridici molto differenti e se il nostro diritto è esitante, esso stesso in crisi, è perché stiamo abbandonando una modalità per entrare nell’altra. Le società disciplinari hanno due poli: la firma che indica l’individuo, e il numero di matricola che indica la sua posizione in una massa. Le società disciplinari non hanno mai riscontrato incompatibilità tra i due, il potere è al tempo stesso massificante ed individualizzante, cioè costituisce come corpo quelli sui quali si esercita e modella l’individualità di ciascun membro del corpo (Foucault vedeva l’origine di questa doppia cura nel potere pastorale del prete - il gregge e ciascuna delle bestie - ma il potere civile ha cercato di farsi a sua volta “pastore” laico con altri mezzi). Nelle società del controllo, al contrario, l’essenziale non è più né una firma né un numero, ma una cifra: la cifra è una mot de passe [parola d’ordine nel senso di pass-word, codice d’accesso] mentre le società disciplinari sono regolate da mot d’ordre [parola d’ordine nel senso di slogan, N.d.t.] sia dal punto di vista dell’integrazione che della resistenza. Il linguaggio digitale del controllo è fatto di cifre che segnano l’accesso all’informazione, o il rifiuto. Non ci si trova più di fronte alla coppia massa/individuo. Gli individui sono diventati dei “dividuali”, e le masse dei campioni statistici, dei dati, dei mercati o delle “banche“. È forse il denaro che meglio esprime la distinzione tra le due società, poiché la disciplina si è sempre relazionata a delle monete stampate che riaffermavano l’oro come valore di riferimento, mentre il controllo rinvia a degli scambi fluttuanti, modulazioni che fanno intervenire come cifra una percentuale di differenti monete. La vecchia talpa monetaria è l’animale degli ambienti di reclusione, mentre il serpente è quello delle società del controllo. Siamo passati da un animale all’altro, dalla talpa al serpente, nel regime in cui viviamo, ma anche nel nostro modo di vivere e nei nostri rapporti con l’altro. l’uomo delle discipline era un produttore discontinuo di energia, mentre l’uomo del controllo è piuttosto ondulatorio, messo in orbita su un fascio continuo. Perciò il surf ha già rimpiazzato i vecchi sport.
      È facile far corrispondere a ciascuna società dei tipi di macchine, non perché le macchine siano determinanti, ma perché esprimono le forme sociali in grado di dar loro vita e di servirsene. Le vecchie società di sovranità maneggiavano delle macchine semplici, leve, pulegge, orologi; mentre le più recenti società disciplinari avevano per equipaggiamento delle macchine energetiche, con il rischio passivo dell’entropia e il pericolo attivo del sabotaggio; le società del controllo operano per macchine di terzo tipo, macchine informatiche e computer, il cui pericolo passivo è l’annebbiamento e quello attivo il pirataggio e l’introduzione di virus. Non si tratta di una evoluzione tecnologica senza che sia più profondamente una mutazione del capitalismo. È una trasformazione già ben conosciuta che si può così riassumere: il capitalismo del XIX secolo è a concetrazione, per la produzione e di proprietà. Ha dunque eretto la fabbrica come luogo di reclusione, essendo il capitalista proprietario dei mezzi di produzione, ma anche, eventualmente, di altri ambienti concepiti per analogia (la casa familiare dell’operaio, la scuola). Quanto al mercato, esso veniva conquistato tanto per specializzazione quanto per colonizzazione, quanto per abbassamento dei costi di produzione. Ma, nella situazione attuale, il capitalismo non è più per la produzione, che viene spesso relegata alle periferie del terzo mondo, anche sotto le forme complesse del settore tessile, metallurgico e petrolchimico. È un capitalismo di superproduzione. Non acquista più materie prime rivendendo prodotti finiti: acquista invece prodotti finiti o assembla pezzi staccati. Ciò che vuol vendere sono dei servizi, ciò che vuole acquistare sono azioni. Non è più un capitalismo per la produzione, ma per il prodotto, cioè per la vendita e per il mercato. Esso è anche essenzialmente diffuso e la fabbrica ha ceduto il posto all’impresa. La famiglia, la scuola, l’esercito, la fabbrica non sono più ambienti analogici distinti che convergono verso un proprietario, Stato o potere privato, ma le figure cifrate, deformabili e trasformabili, di una stessa impresa che non ha nient’altro che gestori. Anche l’arte ha lasciato gli ambienti chiusi per entrare nei circuiti aperti delle banche. Le conquiste di mercato si fanno per presa di controllo e non più per formazione di disciplina, per fissazione dei corsi piuttosto che per abbassamento dei costi, per trasformazione del prodotto più che per specializzazione della produzione. La corruzione guadagna qui una nuova potenza. Il servizio vendite è diventato il centro e l’”anima” dell’impresa. Apprendiamo che le imprese hanno un’anima ed è la più terrificante notizia del mondo. Il marketing è ora lo strumento del controllo sociale e forma la razza impudente dei nostri maestri. Il controllo è a breve termine e a rotazione rapida, ma anche continuo ed illimitato, come la disciplina era di lunga durata, infinita e discontinua. l’uomo non è più l’uomo recluso, ma l’uomo indebitato. È vero che il capitalismo ha mantenuto come sua costante l’estrema miseria di tre quarti dell’umanità, troppo povera per il debito, troppo numerosa per la reclusione: il controllo ora non dovrà solamente affrontare la sparizione delle frontiere ma le esplosioni delle bidonville e dei ghetti.

link

allacciare relazioni per gravità. modificare lo spazio intorno a noi essendo semplicemente
noi stessi. amplificandoci. facendo collassare il tutto che ci circonda alla nostra volontà
alla nostra essenza, ai nostri codici.

nodi e poli di attrazione configurano reti complesse.. è in orizzontale ma è ancora a chi
deforma di più. forbici per tagliare il tessuto che vogliamo lanciare.. come un’isola
che andrà a riagganciarsi se lo vorrà… sciolti. per quel significato di identità che
è naturale occupare spazio. e basta.

il movimento avviene per macchie. pezzi di un puzzle che si ricompongono. si spostano.
riempiendo i posti vuoti o ricolorando ciò che di vuoto è sinonimo.
ma non sono definibili dimensioni… non è uno spostamento su di un tavolo o su una
superficie.. è un movimento frattale (qualcuno dice carsico). caselle vuote…
veri o propri buchi. warp di tempo luogo spazio significato che la “forza del tutto”
va a riempire…
perdite e rigenerazioni. nulla si crea e nulla si distrugge.

repetita

[repeat]
      comunicare a/traverso tutto. attraversando tutto. intrecciarsi con le cose fino a
non potersi più slegare. vivere in simbiosi col presente… con quanto vediamo coi sensi
e può essere raggiunto. ma per arrivare altrove. ovunque. assaltando l’infinito della
terza dimensione… il cielo. ma chiedendo e cercando di rubare il tutto. l’iperrealtà.
tutte le dimensioni. la percezione globale di un “nostro” che  che arriviamo soltanto
a sfiorare con l’astrazione.
      portare tutto a casa. tornare all’intimità del nostro io. scoprirsi cambiati.
capaci di affrontare il nostro corpo, con armi nuove. il prossimo. le cose che tocchiamo,
che sfioriamo, che sentiamo. a volte questo punto a già più grande. tale da non farci
parlare in prima persona. include per istinto. ingloba per vicinanza. inizialmente per
brevi distanze secondo metriche definite dall’incomprensibile. da quel qualcosaltro che
ci fa come nani sulle spalle dei giganti. che non fa esistere la proprietà. che promuove
la condivisione spontanea. quell’istinto che ci rende razza umana e ci procura la voglia
di uscire dal villaggio e non tornare a mani vuote.
[until keypressed = oFF]

infinito + infinito …
è il passo più importante. come accendere la luce per vedere.
è il sasso nello stagno del sè stessi che provoca le onde…
fa alzare gli uccelli in volo…
mostra come la terra possa baciare il cielo.
come passare dall’1 al 2,
scoprendo la virtu di poter continuare per sempre in questo gioco
e, cerchi intorno a cerchi, essere già dove si voleva.

Next Page »